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CINE.CINECHICCHE

DOWNTOWN 81. ALBORI UNDERGROUND

“Le favole posso diventare realtà. A volte può succedere a te, soprattutto se sei giovane a New York. (…) Comunque la storia che state per vedere non è vera, ma nemmeno inventata..." [ di Petra Raffaelli ]

 

Queste sono le prime parole ironiche pronunciate da Jean Michel Basquiat nel film documentario Downtown 81, il celebre docu-fiction di Edo Bertoglio girato nell' 81 per le strade di New York, vera e propria perla underground autobiografica che documenta un giorno intero della vita di Jean (1960-1988), alle prese con i problemi quotidiani di giovane artista newyorchese.

Il film, in origine chiamato New York Beat, nasce da un’idea di alcuni buoni amici. Glenn O’Brien lo scrive, Edo Bertoglio lo dirige, Maripol lo produce e tutti gli artisti ed i musicisti della Downtown anni ottanta collaborano come attori improvvisati interpretando sè stessi nel loro ambiente naturale: Deborah Harry dei Blondie, i DNA, i Tuxedo Moon, i Plastics, Kid Creole and the Coconuts, James White and the Blacks, Walter Steding and the Dragon People. Altri invece, come John Lurie, Lydia Lunch, Melle Mel, Vincent Gallo, Kenny Burrell, i Suicide e la band di Basquiat, i Grey, contribuiscono alla colonna sonora.

Una cinechicca a dir poco succulenta per i cinefili amanti delle pellicole notturne dal sapore new wave, in grado come poche di restituire allo spettatore l'atmosfera, i suoni e perfino l'odore dei bassifondi newyorchesi post punk. La pellicola venne girata tra l' 80 e l' 81 secondo il modello Warhol, vale a dire monitorando le azioni quotidiane e spontanee dei protagonisti spiandoli attraverso la telecamera come un voyeur, in questo caso senza preoccuparsi minimamente dell'effetto straniante della loro recitazione amatoriale, cui contribuisce anche un doppiaggio spesso fuori synch, dato che il sonoro dei dialoghi andò interamente perduto e fu ricostruito a posteriori. La pellicola rimase sconosciuta per mancanza di fondi (che sarebbero dovuti provenire dalla Rizzoli tramite Elio Fiorucci) fino al 2000, anno in cui partecipò fuori concorso al Festival di Cannes suscitando grandi entusiasmi.

Downtown 81 è l'affresco perfetto di una generazione di artisti allo sbando: pittori, scrittori, musicisti, fotografi, registi, tutti egomani, tutti drogati, spesso gay, spesso malati, di sesso, di Aids, di sogni. Una generazione infetta che si nutre della grande mela vivendo giorno per giorno il proprio sogno di artista, con coraggio, tenacia, miseria, follia, quando ancora un artista non voleva farlo da solo.

Sì perchè Downtown è soprattutto la storia di un gruppo di amici legati tra loro da un luogo, New York, come quadro di un comune destino di amore, amicizia, successo e perfino di morte. Bertoglio, O'Brien, Basquiat, Debby Harry e Maripol sono solo alcuni dei tantissimi protagonisti del film, che interpretano sè stessi perchè sostanzialmente consapevoli del proprio ruolo di artista e soprattutto consapevoli di calcare il palcoscenico giusto nel momento giusto. La New York dei primi 80 era il “place to be” e nemmeno la miseria più nera riusciva ad allontanarli da quell'atmosfera eccitante e carica di tendenze pronte ad esplodere. Farne parte, ecco cosa volevano. Volevano farlo insieme, sostenendosi a vicenda, scambiandosi tutto, i luoghi, i contatti, i mentori, i mecenati, stringendo sodalizi che sarebbero durati una vita.

Una generazione giovanissima di nuove leve dell'arte riprese e ritratte per sempre in un momento in cui ignoravano l'enorme successo che le avrebbe travolte da lì a poco o del destino di autodistruzione precoce che le avrebbe mitizzate e trasformate in leggende. Downtown è un vero e proprio reperto archeologico, un documento storico visivo importantissimo perchè progettato, diretto, scritto e interpretato dagli stessi soggetti del film: consapevoli dei propri ruoli e fiduciosi del proprio destino artistico, scelgono di ritrarsi nel loro presente per raccontare a un pubblico futuro ciò che li ha stimolati, incoraggiati e uniti prima del successo.

 

E' interessante pensare che mentre Basquiat girava il documentario seguito dalla camera di Bertoglio lungo il lerciume della Downtown, dall'altro lato della città e precisamente al sesto piano del Decker Building, al 33 di Union Square West, vicino allo storico club Max's Kansas City, Andy Warhol spolverava regolarmente la sua corte di stelle del cinema e dello spettacolo, beandosi di gloria e innamorandosi della propria immagine giorno dopo giorno sempre di più! Non fraintendiamoci, era proprio questa sua naturale inclinazione all'autoinnamoramento a renderlo geniale, dopotutto anche questo aveva a che fare con l'autoconsapevolezza dell'artista.. la stessa auto consapevolezza che aveva spinto O'Brien e i suoi a girare un documentario autobiografico e in qualche modo autocelebrativo dedicato ai posteri.

Delizioso Basquiat nei suoi appena 19 anni! Solo, poverissimo, spesso costretto a dormire per strada e a spendere il tempo col pennarello in mano... a lui restavano solo due scelte....smettere e cambiare, oppure restare e resistere!... e resistere significava dedicare tutto sé stesso a un sogno fatto di pittura, amici, incontri, luoghi, droghe, perchè anche quelle erano importanti... generavano amici, suggellavano incontri, determinavano i luoghi. Facilitavano le cose, rendendo la povertà sopportabile e le persone più interessanti. Non c'è da stupirsi che se ne andasse in giro disegnando corone, bramando il suo pezzetto di successo con Bertoglio che lo riprende una giornata intera facendolo sentire importante, parte di qualcosa che lo accomunava ai grandi, a coloro che il successo lo avevano già. Per lui quello fu l'inizio...i famosi 15 minuti decantati da Warhol, il primo timido passo verso la duplicazione della propria immagine sancita per sempre all'interno del documentario... aveva creato il suo primo specchio, quello in cui Basquiat avrebbe ammirato sé stesso nei giorni a venire per riconoscersi come giovane artista della New York underground! Da quel momento nessuno lo avrebbe più fermato... finchè la corte di Warhol non lo accolse per farne il suo protetto e alzare esponenzialmente il suo valore di mercato.

Ma non dimentichiamo che Basquiat era stato scelto da Bertoglio e O'Brien perchè lui, con il suo carisma e la sua volontà di ferro, era riuscito a diventare parte integrante di uno dei migliori privè mai esistiti nel mondo dell'arte contemporanea! Neppure una giovanissima Madonna seppe resistergli...figuriamoci Warhol che adorava collezionare adepti.

Seguendo la passeggiata di Jean, osserviamo la zona di New York che parte dalla 14a strada fino alla parte più bassa dell’East Side chiamata Downtown, abbandonata da molti dei residenti tra il 1974 ed il 1981. All’epoca del film la Downtown newyorchese era il simbolo dell'underground metropolitano, quasi in antitesi con il jet set glamour gestito da Warhol a Union Square, anche se solo in apparenza... si trattava di environment decentrato, tutto qui, l'arte graffitista di Basquiat non avrebbe ricevuto la spinta necessaria se Warhol e l'esercito della pop art non avessero elevato l'iconografia del “fare popolare” a status di soggetto artistico. Warhol era prima di tutto un osservatore, un curioso, un narratore, un cantastorie dei tempi moderni, amava osservare la realtà nel momento in cui il controllo vacilla e si vedono già le crepe... fu questo amore per i casi umani a farlo affezionare a Jean, un cucciolo innocente forgiato dalla durezza della strada a cui Warhol mai e poi mai avrebbe saputo resistere... due strade quelle di Andy e Jean che nascono parallele ma destinate decisamente a incrociarsi, così come la street art e la pop: stessa città, stessa sorgente iconografica, ma supporti differenti; questa volta la cultura popolare dei fumetti, della pubblicità e dello spettacolo incontravano la sporca superficie del muro, unica tela possibile per l'artista bohémien che vive ai margini e vuole lasciare il proprio marchio.

Il grande movimento graffitista inizia proprio durante i primi anni Settanta negli Stati Uniti, quando i ragazzi dei ghetti iniziano a scrivere sui muri i propri nomi, spesso affiancati dai numeri delle loro strade. Il nome dell’autore è quindi il dispositivo principale da cui far scattare l’opera, è il marchio dell'artista, il suo logo personale, con cui reinventa la propria identità agli occhi del suo pubblico (la strada) per farsi riconoscere come un prodotto d'arte e lasciare tracce visibili ovunque della propria presenza. Tra i figurativi, i primi graffitisti non si interessavano tanto della durevolezza dell'opera o dell'atto artistico, altrimenti avrebbe scelto un supporto più stabile. L'artista delle mura (per lo meno quello di allora) voleva restare impresso nella struttura stessa della strada, l'habitat che gli apparteneva, che lo identificava, perchè ci viveva letteralmente in mezzo. Se il murales era l'atto con cui l'arte occupava uno spazio pubblico per imporsi sul sistema e dire liberamente ciò che voleva, il nome dipinto e trasformato in logo era un volersi dichiarare come parte di quell'ambiente, nonché il tentativo di self-marketing per essere ricordato e riconosciuto come artista.

Nasce in questo modo la tag, la firma-immagine che identifica il graffitista e segnala i luoghi da lui attraversati in città. Dal 1978, anche Jean-Michel Basquiat con alcuni amici riempirono i muri di Manhattan con scritte provocatorie firmandosi tutti SAMO©. Nel 1979 il gruppo si sciolse annunciando la separazione attraverso un graffito: SAMO© IS DEAD. Dopotutto, che cos'è Downtown se non il percorso di un artista di strada che attraversa i luoghi di culto marchiandoli come suoi?

 

 

Il film comincia con il giovane Jean che si risveglia in un ospedale, presumibilmente ai piani alti della città - Upper East Side - dato che la sua passeggiata comincia proprio al Solomon (Guggenheim Museum) sulla 5th Avenue lungo Central Park e prosegue giù, costeggiando la golden street dell'arte, la quinta, con il suo susseguirsi a catena delle più importanti istituzioni museali al mondo...curioso come Bertoglio scelga di non includere l'immagine di nessuno di questi luoghi all'interno del paesaggio visivo di Jean, fatta eccezione per il Solomon e per l'Empire, a cui Basquiat dedica un'improvvisa sonata verso il cielo! Dopotutto questo film è un omaggio all'underground, al "place to be" di una scena artistica che era ancora agli albori e che operava in tutt'altro settore della città. Trovo ironico ed eccezionalmente adatto il fatto che il percorso di Basquiat abbia inizio sulla quinta accanto al Solomon, una specie di autentico presagio per quel giovane ragazzo ambizioso che aspirava ad invertire la propria sorte, come sarebbe realmente accaduto da lì a pochi anni. Istituzioni come il Solomon si sarebbero perfino stancate a forza di ripetere il suo nome!

 

Forse fu proprio questo il motivo per cui Bertoglio scelse di fa passare Jean accanto al museo, perchè esso rappresentava la sua  ambizione ultima (o di un qualunque altro artista di quegli anni), il luogo da conquistare grazie a una scalata al successo che ironicamente andava in direzione opposta a quella che il povero Jean seguiva nel film.... dai sobborghi di Downtown al firmamento dell' Upper East Side... ma ahimè, non era ancora tempo e per il piccolo bohémien,  era solamente ora di tornare a casa, attraversando l'intera città a piedi, con i sogni in tasca e la poesia nella testa. Era tutto ciò che aveva, ma anche ciò che gli bastava.

L'idea romantica della passeggiata da nord a sud di Manhattan, per quanto simbolica, sarebbe stata fisicamente impossibile da affrontare...ed è per questo che Jean incontra la splendida top model italiana a bordo di una Cabrio. Breve parentesi d'amore occasionale in cui lei lo scorta indicativamente fino alla 14a strada, risparmiandogli un bel po' di viaggio e permettendo al film di mantenere il flusso di pensiero del suo protagonista; egli si sposta a ritmo di ciò che vede e vive creando lui stesso nella propria testa la narrazione poetica necessaria a renderci partecipi di ciò che lui sta provando, di come la città gli parli e lo ispiri continuamente. Le persone che incontra e i luoghi che attraversa sono fonte inesauribile di immaginazione per lui, di poesia, di musica, ma la sua poesia e la sua musica decantano il profondo smarrimento che la metropoli gli causa: l'insicurezza, la durezza, la totale assenza di controllo, il non sapere dove, come e quando, che lo accompagnano ogni santo giorno. Ma per Jean questo è tutto, è ciò che lo alimenta, non potrebbe mai rinunciarvi.

 

Dalla 14a il nostro protagonista rientra ufficialmente nel territorio che gli appartiene, la Lower East Side, più comunemente nota come Downtown,  la zona più malfamata della città: i Blocks della Avenue B erano un mercato a cielo aperto di droghe di ogni genere e Chrystie Street era un famoso luogo di prostituzione. Le strade pullulavano di senza tetto, molti dei quali venivano rinchiusi negli ospedali psichiatrici e subito dopo rilasciati a causa della nuova politica, la quale ordinò l’immediata chiusura dei manicomi. Questa drammatica situazione era dovuta alla crisi finanziaria che colpì New York in quegli anni. Qui il nostro Jean scopre di essere stato sfrattato dal suo appartamento e di non avere un posto per dormire la notte...la sua passeggiata si trasforma in un vagabondaggio notturno alla ricerca di soldi, amici e di un letto. Lo vediamo alle prese con una mecenate italiana nel tipico ruolo di ape regina arricchita, protettrice dell'arte e collezionista di conturbanti giovani cameriere... lo vediamo incontrare artisti del graffito, cantanti rapper e ballare i primi suoni hip hop... attraversare il quartiere in lungo e in largo alla ricerca degli strumenti musicali rubati, fra studi di registrazione, spazi occupati, personaggi della New Wave in ascesa come i DNA, i Tuxedo Moon, i Plastics e l'inquietante Walter Steding and the Dragon People con il suo violino elettrico dai suoni cacofonici.

Walter Steding in particolare fu uno dei più gettonati prezzemolini di New York, una sorta di Neal Cassady della decade successiva, senza un ruolo ben preciso come artista, né socialmente riconosciuto come più in vista degli altri....la sua particolarità era esserci sempre e partecipare a tutto. Da pupillo di Warhol presso la silver Factory a pittore-musicista performer della Downtown...era ovunque, conosceva tutti e non vi era progetto artistico sperimentale in cui non fosse coinvolto... attraversò indenne gli anni 70-80 più selvaggi, sopravvivendo all'eroina, all' aids e guardando metà dei suoi amici morirgli intorno. Sarà lui il protagonista narrante scelto da Bertoglio nel suo film documentario: Face Addict, una sorta di parabola conclusiva sulla New York degli anni d'oro, dove tutti i personaggi fotografati da Bertoglio riprendono vita per ricordare come fosse grandioso, folle e inebriante essere nel posto giusto al momento giusto. Un nostalgico collage di memorie in cui Bertoglio insieme a Steding trae le somme conclusive di ciò che New York ha significato per loro. Face Addict non è altro che il malinconico rimpianto di una generazione egocentrica e tossica che in Downtown 81 stava ancora germogliando convinta di avere il mondo in mano (dal motto: just do it!).

 

Uno di questi adorabili germogli fu per esempio la celebre fashion designer Maripol, che nel film interpreta sé stessa nel ruolo dell'amica fidata di Jean. Maripol fu anche produttrice di Downtown 81, nonché fidanzata dell'autore O'Brian, tanto per confermare la funzionalità di quella famosa rete di connection di cui abbiamo parlato finora. Nel film vediamo Maripol all'interno del suo atelier intenta a preparare una sfilata per Fiorucci, marchio di cui lei all'epoca era art director. Lo stile inconfondibile di Maripol, trasgressivo, modaiolo, irriverente, facilmente riconoscibile, le permise di entrare ben presto all'interno di un entourage mondano privilegiato, assicurandole per sempre lo scettro di reginetta pop della moda anni '80. Il suo amore per la vita mondana, la partecipazione alle feste e la frequentazione degli artisti le permisero di mostrare il proprio innegabile talento nel costruire personaggi di successo: fu lei a creare il look icona di Madonna per l'album “Like a Virgin” influenzando lo stile di un'intera generazione.

 

Abbiamo visto come i locali di ritrovo e la vita mondana svolgessero un ruolo decisivo per la nascita di un artista a cavallo tra i 70 e 80. Frequentare il posto giusto e partecipare agli eventi era praticamente l'unico mezzo che quella generazione aveva per mettersi a confronto e unire le proprie idee a quelle degli altri...una sorta di social web fuori casa che implicava sballo inevitabile, sesso promiscuo e tanto, tanto divertimento!

 

In Downtown 81 osserviamo Jean cercare di entrare all'esclusivo Rock Lounge, al 285 di Canal Street a West Broadway, uno dei principali pilastri della scena rock emergente e che nel film ospita il concerto dei magnifici Kid Creole and the Coconuts. In seguito vediamo Jean cercare di intrufolarsi al Peppermint Lounge, al 128 West della 45th street a Midtown, il locale che nei primi '60 fece da trampolino di lancio al neonato twist. Questo locale rappresentò la vera e propria mecca del divertimento per il jet set hollywoodiano e newyorchese, da Frank Sinatra a Marilyn Monroe, da Greta Garbo a Audrey Hepburn, da Truman Capote a Jackie Kennedy, senza tralasciare una nota fetta di clientela gay. Fu addirittura comprato e gestito dalla mafia italo-americana che aveva il monopolio degli strip club e bar gay di Manhattan fino alla revoca della licenza per gli alcolici. Riaprì nei '70 sotto un altro nome come strip club omosessuale e luogo di culto per la scena gay e transgender, per poi rinnovarsi nel 1980 con il vecchio nome di Peppermint Lounge e trasformarsi in palcoscenico alternativo della nuova scena rock. In questa veste, il locale durò pochi mesi per poi essere trasferito nell' 82a Downtown al numero 100 della 5th Avenue. Il locale che noi vediamo nel film e che offre la scena a uno splendido concerto di James White and the Blacks, è quindi la storica location della 128 West nell'inverno dell' 81 poco prima che chiudesse definitivamente, con tutto il sapore della sua storia e le tracce indelebili dei suoi protagonisti, tra cui il giovane Basquiat.

Dulcis in fundo, proprio quando Jean, sfinito dal suo vagabondaggio realizza di non aver ancora trovato un posto per dormire, decide di trascorrere la notte al Mudd Club a Tribeca, al 77 di White Street, nel cuore di Manhattan.

 

Il Mudd Club fu aperto nel '78 da Steve Mass, dal curatore d'arte Diego Cortez e dalla figura di spicco della scena musicale NO WAVE Anya Phillips, deliziosa e controversa icona punk di origine asiatica, grande amica di Deborah Harry dei Blondie, nonchè manager e fidanzata di James White, il leader di James White and the Blacks. Purtroppo Anya Philips morì di cancro proprio nell'estate dell' 81, poco dopo il termine delle riprese, a soli 26 anni. Il Mudd Club si impose come uno dei migliori palchi della controcultura underground in antitesi al glitter glam offerto dallo Studio54 e chiuse già nell' 83 in linea con la filosofia mordi e fuggi che caratterizzava quella generazione di morti precoci.

 

Il film non poteva terminare se non con Debby Harry che fa il barbone per terra in un vicolo e che implora Jean di darle un bacio...un bacio che la trasformerà magicamente in una splendida fatina punk in tulle rosa! La fata Blondie è il personaggio conclusivo dell'odissea metropolitana di Jean, che si ritrova improvvisamente una valigia piena di soldi in mano, la risposta finale a un passato di povertà, nonché assaggio di un glorioso futuro....dopotutto, meglio "con" che senza, anche per un artista!

 

 

 

 

 

 

LINK DI APPROFONDIMENTO:
leggi un del 1980 sul fenomeno della New Wave. le due grandi raccolte di immagini pubblicate da Maripol, il più completo testamento fotografico della scena newyorchese primi '80 ritratta dal punto di vista privato e informale di un insider: MARIPOLARAMA, MARIPOL X. FACE ADDICT: il secondo film-documentario di Edo Bertoglio sui postumi della NY anni'80. RINGFLASH: raccolta fotografica di Edo Bertoglio pubblicata da cortesi CONTEMPORARY GALLERY di Lugano. ARTICOLO ORIGINALE SUL NEW YORK MAGAZINE

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