an italian magazine. suggestions and stories from berlin

 

ART.THE EXIBITION

 

ENDE NEU – LE MODERNE ROVINE DI UN FUTURO PAESAGGIO

 

 

E' sempre un piacere passeggiare sulla Rosenthalerstrasse, decadente  borgo semi chic della Gentrifizierung berlinese.

Non mi stanco mai di ammirare l'eleganza degli shop ad alto budget, farmi sorprendere dalla torre che si erge a mezza via e respirare l'aria di una Mitte piuttosto indecisa sul da farsi. Conserva  tracce DDR nei profili architettonici dei palazzi-alveare, offre viste sorprendenti in prossimità dell'acqua e dei musei, sorge su una rete fittissima di cortili interni colonizzati e neosvenduti, resiste agli attacchi esterni della Gentrifizierung preservando alcune delle più vecchie istituzioni dell'occupazione immobiliare e due metri più in là... vende tutto per un negozio griffato, spogliandosi della street art che l'ha vestita per un decennio e che la caratterizzava come unica. Ma l'unicità berlinese sta proprio nel suo rapido voltafaccia, nell'arte dell'abbandono e della continua riscoperta, nella rivalutazione e nella svalorizzazione dei suoi spazi, che sono la terra di pochi e la meta di molti. L'ultima meta vergine della speculazione edilizia che sta per arrendersi a capo chino all'inevitabile processo di conquista... la decadenza ha inizio, con tutto il suo irresistibile fascino! E' proprio il cambiamento brutale e repentino del contesto a impedire all'occhio di abituarsi nel tempo al suo paesaggio; questo ci permette di affezionarci moltissimo alle sue  forme vacue ed incostanti proprio perchè non durevoli. Berlino è il tempio della memoria breve, il paesaggio nostalgico per eccellenza, in cui passato e presente non cessano di passarsi il testimone: si toccano ancora, respirano la stessa aria, ma non convivono a lungo. Il loro incontro è un inevitabile addio, malinconico, senza tracce, senza cuore. La nostalgia che si avverte è in questo senso un sentimento impalpabile di invisibile assenza per qualcosa che sappiamo esserci stato ma che non possiamo vedere più. In altri termini una vera e propria Sehnsucht romantica. Tedesca pure quella.

Per questo motivo, la riscoperta delle vecchie location è uno dei giochi berlinesi più appaganti. E' ciò che veramente unisce la città ai suoi abitanti: noi chiediamo a lei di non annoiarci mai e lei organizza per noi una gigantesca caccia al tesoro senza indizi, alla scoperta di spazi incredibili, insospettabili: le rovine moderne della metropoli contemporanea.

 

Haus Schwarzenberg

 

 

La mostra di cui andremo a parlare nasce dal desiderio di integrare il soggetto delle opere esposte alla natura della location ospitante: ciò che ha colpito Nottefonda è la perfetta sintonia venutasi a creare fra la creatività visionaria degli artisti di Ende Neu e la bellissima decadenza metropolitana della Haus Schwarzenberg, storica icona della resistenza Berlinese. La Neurotitana Gallery, che ha ospitato l'evento Ende Neu quest'inverno, è appunto il cuore della Haus Shwarzenberg: la storia della casa è la storia narrata anche da Ende Neu, una storia di destino metropolitano condiviso dalla maggior parte degli spazi berlinesi.

 

La Haus Schwarzenberg era una ex fabbrica di scope e spazzole che nel 1995 venne affittata all'associazione omonima per dedicare gli spazi alla sperimentazione artistica e alla promozione culturale. L'associazione si è sempre mantenuta in modo indipendente senza usufruire di sovvenzioni alcune, gestendo gli spazi al meglio e rispettando un regolare contratto d'affitto. Cuore del progetto Schwarzenberg sono la galleria d'arte Neurotitan e il relativo Neurotitan Shop:  la prima persegue lo scopo di promuovere i nuovi nomi dell'arte, il secondo, una vera e propria chicca per gli appassionati di edizioni limitate, comics, graphic novels, e in generale di Berlin's stuff. Lo shop costituisce il lato commerciale delle attività, insieme all'affitto degli spazi circostanti della casa, permettendo al progetto Schwarzenberg di autofinanziarsi e proponendo così un modello funzionale e indipendente di culture management.

 

Al numero 39 di Rosenthalerstrasse, proprio accanto al delizioso Cafè Cinema,  poco distante dai bellissimi Hackesche Höfe e lungo una scia luminosa di negozi e ristoranti raffinati, scopriamo l'ingresso di un cortiletto interno buio e insolitamente degradato. Completamente fuori contesto, la Haus Schwarzenberg ci appare in tutto il suo splendore underground, completamente rivestita di street art dalla testa ai piedi, sporca, buia, misteriosa, animata da un continuo brulichio di turisti incuriositi che procedono a tentoni cercando di non cascare per terra e seguendo fiduciosi il volto rassicurante della povera Anna Frank; sì perchè accanto al piccolo Kino Central, al pittoresco Monster Kabinett, all'impronunciabile e fumosissimo artistclub si trova il centro dedicato ad Anna Frank: per amore degli accostamenti azzardati il suo tenero viso sorridente illumina il cortile della Schwarzenberg e stride come unghie sul muro.

In realtà la presenza della piccola Anna è oltremodo giustificata dalla storia personale della casa, ex fabbrica di Otto Weidt, che diede asilo a decine di ebrei salvandoli dalla deportazione. Ma non solo: il nome dell'associazione si rifà a un racconto di Stefan Heym controverso intellettuale tedesco della Germania socialista, che nell'anno orwelliano 1984 scrisse il romanzo intitolato appunto “Schwarzenberg”. Il romanzo, ambientato durante l'occupazione della Germania nazista, narra che a causa di un malinteso, le truppe degli alleati provenienti da Est e Ovest dovettero fermare l'invasione ai margini della montagna “Schwarzenberg” per ben sei settimane. In questo lasso di tempo un comitato di socialdemocratici, comunisti e sopravvissuti costituirono la libera repubblica di Schwarzenberg, riuscendo a scacciare i nazisti e a mettere in salvo gli abitanti della zona prima dell'occupazione sovietica.

Ora, considerando che la casa Schwarzenberg è stata comprata nel 2004 da un'agenzia,  che l'agenzia ha ceduto in gestione parte degli spazi all'associazione tramite contratto, che il suddetto contratto scade nel 2015 e che nessuno è in grado di sapere che fine faranno le attività gestite dalla casa... beh, ditemi voi se tutto questo non suona come una bellissima storia di sopravvivenza culturale... con tanto di nome azzeccato!

 

La mostra

 

Spazio, Tempo, Vecchio, Nuovo: quattro concetti chiave che se associati alla Metropoli del terzo millennio ci offrono molteplici variabili di un unico pensiero: nostalgia di un passato che scompare senza tracce e timore di un futuro poco durevole.

L'inevitabile entropia del paesaggio urbano è per l'appunto il soggetto di questa splendida mostra itinerante di arti visive che unisce 5 giovani artisti italiani e non: illustrazione, fumetto, pittura, incisione, fotografia, installazione... sono questi i linguaggi creativi di Paola Verde, Fabio Giampietro, Vins Grosso, Alberto Ponticelli e Max Andersson, che quest'inverno si sono riuniti nell'illustre location della Neurotitan.

La mostra è un progetto artistico/espositivo di Paola Verde che parte a Milano e che persegue l'obbiettivo di integrare il soggetto delle opere esposte con la  storia/destino/realtà decadente degli spazi ospitanti. Una specie di total experience del paesaggio urbano e metropolitano che a Nottefonda piace tanto!

La metropoli/soggetto di Ende Neu è la metropoli del terzo millennio, con i suoi ingannevoli profili variabili, le sue seducenti promesse edilizie, il continuo sfoggio di grandezze sempre maggiori, innesca un processo alienante di sostituzione anziché di costruzione.

Ende Neu (dal tedesco: Ende = fine, Neu = nuovo) è una riflessione sul carattere ciclico di tale processo:

“...strati su strati di rovine moderne che cancellano veloce la Memoria. Ormai lontane dalle logiche cartesiane, queste città si sviluppano seguendo una matrice frattale e sfruttando la quarta dimensione, il Tempo. Ed è proprio il tempo il padrone indiscusso di questi luoghi. Il tempo che sgretola, arrugginisce, logora, creando un anello di congiunzione tra passato e futuro prossimo, catapultandoci attraverso epoche fino a intravedere il destino estremo di queste Metropoli in evoluzione, nella loro crescita senza sosta fino all’implosione.”  (le parole di Paola Verde, curatrice della mostra e co-artista del progetto.)

 

Osservare le potenti e suggestive visioni di questi artisti significa calarsi attraverso l'immaginazione in una dimensione visiva che prevede l'uso esclusivo del  bianco e del nero, non come se tutte le altre possibilità cromatiche fossero state evitate, ma come se non esistesse nessun altro modo di guardare le cose.

 

Se per entropia si intende l'unità di misura del caos, la naturale tendenza di tutte le cose a mettersi in una situazione di disordine, ecco che la percezione del paesaggio urbano, la “Natura” del terzo millennio, non può che avvenire mediante un filtro di assoluto nichilismo e senso di impotenza dinnanzi all'incredibile velocità mutante della grande metropoli, a quel processo di sostituzione della memoria che abbiamo accennato prima, dove ciò che viene costruito porta in grembo le proprie macerie, l' inevitabile destino di essere presto sostituito. E' questo scorrere troppo veloce del tempo che tradisce la memoria del luogo e impedisce all'individuo di appagare il suo bisogno di appartenenza.

Ma non è l'uomo il protagonista di questa mostra: l'uomo siamo noi spettatori, fuori inquadratura,  mentre osserviamo attoniti le rovine industriali dei nostri tempi.

 

Paola Verde

 

Osservando i fotocollage di Paola Verde, i suoi castelli erranti sospesi, le città fantasma sommerse, le radici organiche dei palazzi, rimango colpita dalla profonda conoscenza visiva che l'artista ha dei luoghi abbandonati e dei loro mutamenti. I palazzi industriali, svuotati, precari, periferici della subcultura sono infatti i soggetti principali della sua ricerca fotografica, artistica e della sua esperienza personale. Paola è alla perenne ricerca di insospettabili location per indagarne il passato, rivalutarne il presente e mutarne contesto, senso e utilizzo attraverso l'occhio artistico e l'azione curatoriale, come appunto Ende Neu alla Neurotitan. Gli spazi della controcultura industriale e gli effetti della contemporaneità sul paesaggio metropolitano sono i soggetti principali dei suoi lavori mentre la documentazione fotografica utilizzata per i collage è il risultato di anni e anni di esplorazione urbana: ciò che Paola ci offre è un affascinante reportage caleidoscopico di rovine passate e presenti che lei reinterpreta attraverso il filtro dell'immaginazione e della percezione emozionale dei luoghi. Inevitabile dunque, partecipare al sentimento di malinconica nostalgia per questi fantasmi metropolitani che appartengono a tutti e a nessuno, luoghi usurati dal tempo presente e non da un antico passato, luoghi costruiti e poi abbandonati, spesso spogliati di ogni identità prima che il tempo potesse realmente connotarli.

Paola reinterpreta gli spazi che ha indagato attraverso la fotografia legandoli fra loro secondo logiche che non appartengono al mondo reale, modificandone significato e funzioni originali. Infine, crea digitalmente una composizione surreale dal sapore neoretrò, avvolgendo il tutto di malinconica poesia. Nel mondo di Paola, le città fantasma  riprendono vita incarnandosi in qualcosa di diverso, onirico, misterioso, semiorganico, un miraggio senza tempo. Osservare le sue composizioni, in particolare quelle che riguardano Berlino come il bellissimo Tabula rasa, mi proietta in una dimensione temporale sospesa fra passato e futuro in cui il presente non esiste; mi fa pensare a una scatola di vecchie foto che ritraggono strani luoghi futuri, luoghi che ancora non conosco ma a cui sento di appartenere perchè toccano corde della mia memoria visiva e sentimentale.

 

Vins Grosso

 

Dall'approccio fotografico e digitale di Paola all'interpretazione combinata di Vins Grosso, che unisce la sapiente elaborazione artigianale del supporto alla traslazione astratta dei contenuti in potenti immagini icona.

Per scovare il repertorio visivo necessario a ritrarre le architetture monolitiche dell'era industriale, egli sembra servirsi di immagini reali o documenti fotografici. Ma non è così. Questa è infatti la cosa che mi ha colpito di più. Osservare i lavori di Vins Grosso è un'esperienza interessante quanto ingannevole, perchè gioca senza volere con l'immaginario collettivo dell'ingenuo fruitore, il quale  si illude di riconoscere ciò che osserva sulla tela come familiare, come già visto, incontrato per strada, poichè tanto simile ai fotogrammi metropolitani postmoderni della nostra memoria collettiva. Eppure Vins non ritrae, non descrive, neppure rappresenta... egli attinge direttamente alla propria immaginazione e alla lunga ricerca formale condotta sul segno e sulla TAG, intesa come marchio del paesaggio urbano contemporaneo: il segno viene da lui sperimentato, lavorato, caricato e connotato attraverso il linguaggio proprio della pittura: colore, ombre, luci, supporto, strumenti. Attraverso grandi quantità di vernice e spatole da lui stesso inventate, egli si lascia andare al gesto frenetico, rapido, vorticoso del segno fino a trasformarlo in immagine generata quasi per caso, ma allo stesso tempo controllata... un'immagine che di per sé non esiste poiché frutto di pura fantasia, un'immagine che non è neppure astratta poiché non sintetizza qualcosa di reale... un'immagine però fortemente riconosciuta come appartenente al vissuto metropolitano di chiunque, che ha le forme e i contorni dei palazzi-alveare, che sa di paesaggio urbano desolato e desolante, postapocalittico, postbellico, postumano.  Vins agisce sulla tela usando gli strumenti della pittura e la rapidità del segno creando echi di paesaggi metropolitani inesistenti, così come la folle fugacità dell'urbanesimo postmoderno continua a costruire, decontestualizzare e abbandonare in un lampo gli enormi monoliti della nostra era, che a volte muoiono prima ancora di esistere e  stanno lì a guardarci dall'alto ricordandoci le assurde ambizioni dell'uomo moderno.

E' difficile descrivere un processo artistico come quello di Vins, perchè le impressioni dello spettatore e l'azione dell'artista spesso non coincidono. Questo accade perchè pur sembrando un lavoro figurativo o quanto meno astratto, l'opera di Vins è in realtà un lavoro concettuale. E dinnanzi al concettuale sappiamo tutti come sia facile smarrirsi... Ecco dunque la mia personale percezione dei suoi lavori all'interno del contesto Ende Neu: curioso notare come essi siano profondamente evocativi, al di là  delle reali intenzioni dell'artista che ovviamente conosce solo lui!

Davanti alle grandi tele di Vins ho pensato che il suo punto di vista fosse quello di un minuscolo passante sulla strada che viene letteralmente travolto dal gigante di cemento. La visione prospettica che parte dal basso contribuisce ad alimentare il senso di vertigine e di impotenza dinnanzi al mostro-palazzo che si erge orgoglioso e tronfio in tutta la sua immensa grandezza. A differenza di Paola che registra luoghi e palazzi realmente esistenti per poi filtrarli attraverso l'immaginazione e spogliarli delle loro reali funzioni, Vins opera al contrario: sembra quasi voler rappresentare realisticamente ciò che attinge dalla fantasia per “congelare” il palazzo nel suo contesto realistico senza mutarne la reale funzione, quella abitativa, scegliendo di zoomare “dalla strada” sugli andamenti lineari e ipnotici delle facciate, sulla moltiplicazione frattale degli elementi architettonici. Una visione, un flashback, un fotogramma della memoria metropolitana.

Attraverso la tecnica mista, l'intervento a più strati e l'effetto anticato dell'ocra, riesce a sospendere l'immagine in una dimensione temporale non definibile, impedendoci di identificare il palazzo come davvero esistito e trasformandolo in una sorta di icona.

Nei quadri di Vins, che mi ricordano un po' delle vecchie foto sopravvissute alle fiamme, i giganti di cemento mi appaiono come orgogliose rovine industriali di un un tempo recente quasi scomparso. E' questo paradosso temporale a cristallizzare la scena e a connotarla di un nuovo significato. I fermo immagine di Vins sembrano ritratti d'epoca: la città del presente che dichiara con fierezza il suo esserci stata, nell'attimo stesso in cui la decadenza sta per colpirla.

 

Fabio Giampietro e  Alberto Ponticelli

 

Il repertorio visivo di Paola e di Vins è accomunato dall'esperienza berlinese e dal discorso Gentrifizierung vissuto giorno per giorno, e questo forse li avvicina di più al tema della mutazione repentina e improvvisa del paesaggio metropolitano. Dinnanzi alle imponenti opere pittoriche di Fabio Giampietro e al talentuosissimo Blatta di Alberto Ponticelli, vengo letteralmente travolta dal sentimento di alienazione profonda che anima i loro lavori. Il soggetto è sempre la metropoli di un ipotetico futuro prossimo, con le sue architetture vertiginose che sovrastano i piccoli e insignificanti abitanti. Ma l'attenzione si sposta in questo caso verso lo stretto rapporto conflittuale che esiste fra uomo e natura, fra il luogo ostile e i suoi personaggi alienati, spesso presenti all'interno dell'opera.

Protagonista è ancora una volta il tempo, indefinito, sospeso, complice del degrado urbano.

 

Vertigo e Blatta

 

Il concetto di metropoli frattale è più che mai visibile nella pittura a sottrazione di Fabio: sull'enorme superficie della tela bianca egli procede con l'aggiunta di colore nero diluito per poi creare le forme architettoniche sottraendo il colore stesso e lasciando emergere il bianco sottostante. Questa tecnica gli permette di ottenere forti contrasti e tagli precisi nella ricostruzione dei profili architettonici dei palazzi e di farli emergere dalle nubi vorticose delle sue città tornado.

Le altezze infinite, il colore dello smog, le prospettive vertiginose, l'illusionismo pittorico sono il marchio distintivo dei suggestivi paesaggi metropolitani di Gianpietro e della serie intitolata “Vertigo”, una parabola pittorica di grandissimo impatto che ritrae la metropoli odierna mentre ingoia e disumanizza il tutto. La dimensione frattale della città è più che mai presente: un sistema dinamico caotico di ripetizioni e autosomiglianze geometriche che si sviluppa all'infinito e a perdita d'occhio... la città è una matrioska temporale che contiene mille copie di sè stessa e che non smette di produrne altre. Ma la città è soprattutto qualcosa di violento, una forza bruta che fa la guerra all'uomo, lo emargina, lo esclude, lo sfida, vuole decisamente rubargli la scena.

E' dinnanzi ai quadri di Giampietro che il concetto di sublime assume più che mai una connotazione romantica post-moderna.

Secondo la poetica romantica del 18° e 19° secolo, il Sublime è la consapevolezza emotiva con cui l'uomo ammette la propria impotenza dinnanzi alla natura. Tale consapevolezza veniva interpretata come una sorta di malinconica nostalgia per un rapporto d'amore definitivamente incrinatosi, quello tra uomo e realtà esterna, tra uomo e storia. Questo sentimento spingeva i pittori a ritrarre l'uomo come un minuscolo osservatore di paesaggi grandiosi e orizzonti infiniti, o come inevitabile preda di terribili burrasche e disastri naturali.

Il Sublime del terzo millennio si trova ad avere a che fare con una natura ben diversa da quella di epoca romantica, ma il concetto in sostanza non cambia: la natura di Ende Neu è la grande città, una natura fatta di cemento e grigia sporcizia, infinitamente grande e fuori controllo dove nulla è più a misura d'uomo. L'uomo, infinitamente piccolo, creatore di meccanismi che non è più in grado di gestire, osserva il potere distruttivo della società alienante e accetta il suo ruolo marginale con fredda rinuncia.

Le tele di Fabio sono fotogrammi di alienazione pura, così come il Blatta di Alberto è una storia di rinuncia.

 

Nell'universo post-apocalittico di Alberto Ponticelli l'oblio spirituale dei suoi personaggi alienati si riflette all'esterno con forza, imbrattando il paesaggio industriale di un densissimo inchiostro nero; Blatta narra la storia degli uomini ambiziosi che hanno rinunciato alla libertà per inseguire il sogno della vita eterna. Nero pece è il colore della gabbia infernale che si sono costruiti, rinunciando al colore per sempre e consacrando la loro esistenza al nero rimpianto.

Un romanzo visivo quello di Alberto, un percorso intimo e introspettivo sulla solitudine, sul sentirsi estranei, sulla nostalgia degli altri, sul vagare all'interno di spazi non propri, irriconoscibili, senza identità. Se il sublime di Giampietro sono i bambini fantasma che giocano accanto alla morte e alle rovine industriali, il sublime di Blatta è il piccolo palombaro che resiste dinnanzi all'incomprensibile mondo esterno...la piccola speranza dell'uomo solo, che nonostante tutto resta umano.

 

 

Max Andersson

 

Tutto tranne che umane sono invece le creature impazzite di Max Andersson il cui immenso repertorio fantastico scavalca i confini di qualunque tematica. Ende Neu propone alcuni disegni tratti da Pixy e Vacuumneger, in cui l'artista racconta le sue storie di feti tossici e violenti, personaggi assurdi messi al bando, emarginati, vendicativi, impazziti...e ancora palazzi abbandonati e bisognosi di essere ricordati...città vuote lasciate a marcire che si animano per rivendicare la propria esistenza nell'indifferenza del paesaggio metropolitano...palazzi emotivi, parlanti, mobili, in balia dell'uomo distruttore. Il palazzo di Max Andersson è un parallelepipedo con le finestrelle piccole che parla, si muove, impreca e implora...impossibile circoscrivere il suo lavoro di fantasia tutt'altro che lineare...i suoi fumetti vanno guardati, letti e assaporati con divertimento, sarcasmo e ironia, pensando al contesto metropolitano postindustriale come a uno scenario privo di logiche che risponde solo alle leggi della pura follia!

 

Se Ende Neu si distingue per essere una bellissima mostra dedicata alle arti visive, beh, allora non poteva mancare la componente video: le proiezioni esterne sulla facciata principale della Schwarzenberg ad opera di Lorenzo Francesconi aka Airone che ci accoglie all'ingresso attraverso il suo videomapping, mentre al centro della sala espositiva della Neurotitan il buon Max Andersson ha allestito una porzione di scenografia in scala utilizzata per la realizzazione del suo film: Tito on Ice. Il film, creato e diretto dall'artista è stato selezionato nel corso del 1001 Documentary Film Festival di Istanbul ed è stato proiettato in occasione della mostra Ende Neu presso il mio amatissimo Kino Central, fratello minore della Neurotitan.

 

Cosa dire ancora di questa splendida mostra se non incoraggiare voi signori lettori a seguire gli artisti di cui abbiamo parlato finora e a non smettere mai di esplorare Berlino, fidandosi ciecamente dei suoi continui effetti sorpresa!

 

 

[ a cura di Petra Raffaelli ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ponticelli. Blatta.

GLI ARTISTI: vinsgrosso.tumblr.com maxandersson.com paolaverde.it albertoponticelli.com fabiogiampietro.com videoairone.com LOCATION: NEUROTITAN SHOP & GALLERY im Haus Schwarzenberg Rosenthaler Straße 39 - 10178 Berlin INFO E CATALOGO: PAOLA VERDE Curatrice del progetto Ende Neu KUNST KABINET Urbanstrasse 88-10967 Berlin www.kunstkabinet.tumblr.com Facebook: Kunst Kabinet 451

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