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CINE. CINESTORIE

 

La bibliografia pasoliniana, anche quella critica, è ormai talmente vasta che aggiungerne pagine originali potrebbe sembrare una impresa quasi impossibile, se non addirittura inutile. Per questo motivo preferisco qui cimentarmi in una topografia pasoliniana, in una personale configurazione di Pasolini inteso come luogo, come stare e vivere in un luogo. Una rappresentazione in frammenti, di estensione ridotta, affinché si possa trascurare la sfericità globale della terra. Quasi un gioco: se Pasolini fosse un luogo, che luogo sarebbe? Penso a diversi territori, a diverse condizioni, alle terre della Bibbia, della tragedia greca, alle meraviglie dell’Oriente, Alamut, il paese di Cuccagna, le isole dell’Utopia e mille altri luoghi più o meno romanzeschi, più o meno reali, stampati sulla geografia archetipica del suo volto, del suo corpo, delle sue parole: estensioni del suo corpo: estensione della sua anima. Allora, ecco qui alcune cartoline da quell’angolo di me che si chiama Pasolini. E tanti saluti!

 

I.

Dicevo, il suo volto. Sì, perché tutto cominciò quando io, adolescente, rimasi folgorato dalla genuina, povera, assoluta bellezza, ai limiti del deserto e dell’arsione vulcanica, delle marcate linee e rughe del suo volto. Una mappa ben precisa, una maschera arcaica e sacra. Fortissimo e lontanissimo il suo volto, fin da subito mi calamitò come solo una terra straniera ed esotica può calamitare. Una terra eccentrica, periferica. Ecco, per me Pasolini fu eccentrico nel senso etimologico del termine: periferico, lontano dal centro, estraneo e straniero ovunque, viaggiatore sempre, quindi solo e solitario, destinato a perdersi, non a trovarsi. E non è un caso se molti suoi film siano documentari, “sopralluoghi”, e molti suoi scritti siano “appunti”, così come i due suoi più celebri romanzi, “Ragazzi di vita”, “Una vita violenta”, contengano la parola “vita” e siano la rappresentazione plastica della periferia.

La periferia, dunque. Pasolini incarnò la periferia, fu periferia. La periferia aristocratica della periferia popolare dei ragazzi di vita. Altro, periferia della periferia, periferia persino della vita, egli personificò questa verità: esiste un esterno (materiale), indipendente dalla vita dell’uomo, che è il corrispondente dell’interno (inconscio) che non può essere ridotto a coscienza.

Insomma: la vita è una periferia (l’ombra) dentro il perimetro del centro (la morte).

 

II.

L’eccentricità periferica di Pasolini fu anche quella della sua poliedricità, del suo criticare ma non essere e sentirsi critico, del suo scrivere ma non firmarsi scrittore, del suo filmare o dipingere ma non dichiararsi regista o pittore. Trasformismo? Travestitismo? Forse. Sicuramente estraneità. Ogni sua attività fu, per parafrasare, un atto e un’operazione “corsara”. Il suo sguardo fu dall’esterno, dentro ma come estraneo a qualsiasi ambiente.

Lo straniero, dunque. Pasolini interpretò lo straniero, fu straniero. Non si lasciò imprigionare da nessuno, né tantomeno le ruffianerie postume di Destra e Sinistra poterono minimamente scalfire quella che ormai è acquisita come categoria onnicomprensiva del pensiero di Pasolini: l’impura incollocabilità, qualcosa che somiglia al “pensatore dai mille volti” di foucaultiana memoria. Niente di più visceralmente assimilabile: “Io sono un artificiere. Fabbrico qualcosa che alla fine serve ad un assedio, a una guerra, a una distruzione. Io sono per la distruzione ma sono a favore del fatto che si possa passare, che si possa avanzare, che si possano abbattere i muri”. Questo scriveva di sé Michel Foucault negli anni Settanta, anni cruciali anche per Pasolini, quelli dell’irriducibilità ad ogni appartenenza per entrambi.

Pasolini, trasversale ante-litteram, attraversò pure le due più rilevanti culture del tempo, quella marxista e quella cattolica, senza mai farsi intrappolare dalla loro ortodossia. Grande sperimentatore di linguaggi, coltivò linguaggi letterari e “gauchistes”, ma non divenne mai militante di quell’anticonformismo per partito preso che conformò l’Italia di quegli anni. Borghese ed antiborghese. Per il popolo ma antipopolare. Disomogeneo ovunque, persino nella tragica morte violenta. Pasolini? Apolide.

 

III.

La sera del 7 febbraio 1974 la Rai trasmise un breve documentario intitolato “Pasolini e la forma della città”, a cura di Paolo Brunatto. Nelle ultime immagini, mentre si chiudeva il documentario e dopo aver camminato nervosamente tra le dune di Sabaudia, all'improvviso Pasolini si fermò, esponendo alla telecamera il pallore di un volto sofferto e scavato, denunciando con assoluta sincerità e asciutta drammaticità, l'appiattimento culturale, la devastazione estetica e l'imbarbarimento civile a cui ci avrebbe inevitabilmente portato la società dei consumi concepita dalla repubblica post-fascista e in generale da tutti i “regimi democratici” contemporanei.

Sempre nel documentario, percorrendo un “selciato sconnesso e antico” presso Orte, Pasolini aggiungeva che “è un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte, d’autore, stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore, con cui si difende l’opera d’arte di un grande autore. […] Nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio di difendere questo. […] Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore. […] Con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere […] un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato, ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio […] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare”.

Anonimo, senza nome, dunque. Pasolini alfiere, voce degli umili e dei dimenticati. Voce della provincia. Non cittadino, lui si considerò sempre contadino. E infatti fu voce alta, potente e forte, tonante, vibrante, intonata ma sarcastica, armoniosa ma ctonia, limpida e tagliente come solo quella di un lavoratore della terra avrebbe potuto essere.

La sua voce non fu un monumento, fu umile selciato consapevole della sua monumentale grandiosità.

 

IV.

E poi: non una chiesa, tanto meno la Chiesa, ma un luogo sacro sì. Il luogo rituale del bene e del male. Un luogo mistico ed eretico.

Infatti Pasolini fu un’anima “eretica”, che riaprì decisamente le porte al “sapere di non sapere”, alla coscienza dell’oscuro e della mancanza, alla rottura del significato, all’interruzione del senso intesa come soggetto che incontra la realtà senza oggetto; si dischiuse al “non sapere” o “sapere incerto”, ossia al sapere questo: il tragico non è il fatto di non sapere cosa vogliono dire le cose, ma il fatto che le cose non vogliono dire niente.

L’orizzonte poetico pasoliniano fu segnato dalla “necessità” di vivere nella lacerazione, nell’impossibilità e nell’insostenibilità di lasciare inconciliati gli opposti. Probabilmente il suo senso religioso, la sua “eresia”, lo indussero a intraprendere la via del tradurre il parlare del sacro nel riconoscimento di ciò che umanamente si fa intendere quale perdurante opposizione di benefico e malefico. Bisogna allora fare esperienza di tutto quello che per gli uomini si dà nella forma del puro e dell’impuro e indicarlo come sacro. Pasolini, il poeta “bestemmiatore”, non consegnò, come nel cristianesimo, l’impuro al mondo profano, anzi si riferì all’“immondo”: Satana quale incarnazione del peccato fu da lui inteso, come del resto lo era nel paganesimo, secondo il criterio di un’interdizione religiosa, e quindi intrecciato a quel sentimento di orrore, ispirato dalla cosa vietata quale è, sempre, il sacro.

Per Pasolini il male è di origine sacra, come il bene. E questa sacralità non è in chiesa, è nel calcetto dell’oratorio.

 

V.

Contraddittorio come egli volle e come, anche volendo, non poté non essere, Pasolini lanciò oltre ogni limite la sua individualità. Brandì come un’arma la sua irregolarità e insegnò ad amare la singolarità dell’umano, che se vissuta con coraggio testimonia sempre e comunque la libertà universale. In un paese curiale ma assolutamente non cristiano, in uno Stato colmo di oligarchie che si sono finte popolari, in un “paese orribilmente sporco”, egli rappresentò l’alterità, l’antinomia, l’opposizione.

Così, per me, Pasolini è un viaggio, anzi, il viaggio, il grande eterno viaggio apocalittico ed interiore che ognuno di noi compie nella terra degli Antipodi: “Il globo terrestre sta sotto il cielo e si divide in quattro regioni abitate. Nella prima abitiamo noi, nella seconda –quella opposta- gli abitanti si chiamano Antictoni. Le altre due regioni sono opposte alle due prime e i loro abitanti si chiamano Antipodi”. Scriveva Lucio Ampelio nel suo “Liber memorialis VI”.

 

VI.

La presenza del corpo, con i suoi limiti di leggibilità insuperabili, porta all’interruzione del discorso, alla sospensione del senso. L’accettazione di questo illeggibile rompe continuamente il sapere acquisito e riporta l’esistenza al centro della lacerazione: insomma, nel momento in cui non è più possibile leggere accade qualcosa – si vive un tempo – che sposta la nostra visuale sistemata, immette una condizione imprevista, una lacerazione, o anche ci immette nella lacerazione; perdiamo l’orientamento dato e in questa perdita torniamo a non sapere ciò che accade, viviamo senza il nostro schema di lettura e di controllo, viviamo nel tempo dell’incontrollabile. Questa è la presenza del corpo. Questa è la lacerazione. E Pasolini, come Medea, fu questa lacerazione, questo dolore. Un dolore che gli fece sentire nel proprio corpo l’esistenza di un “altro”, quale presenza tanto prossima, da farsi riconoscere come un “essere” diverso, ossia come condizione di “diversità” che non si fa comprendere. Scandalo!

 

VII.

Pasolini fu essenzialmente un solitario. Come tutti i solitari fu incompreso. Come tutti i profeti è stato poi “assunto” da tutti. Ma, come sempre “in direzione ostinata e contraria”, Pasolini, all’opposto di molti profeti e solitari, rimane incollocabile.

Allora qual è il luogo della solitudine? Ogni luogo.

 

VIII.

Osservo le mani di Pasolini durante un’intervista: sono i polmoni del suo cervello. Il cervello il cuore dei suoi occhi. Gli occhi la lingua delle sue mani.

Poi sogno di leggergli le mani e leggo questo: la parola non coincide con il significato vissuto. Non ha con esso rapporti stabiliti. Allora il vissuto (il corpo) non corrisponde esattamente al linguaggio verbale, ma lo “provoca”. Così, il linguaggio non è il luogo della precisione, ma lo spazio della visione: luogo del vedere, non luogo del sapere. La scrittura, quindi, è scoperta-invenzione di una parola provocata dal vissuto.

Il luogo delle mani? La verità.

 

 

 

Una personale configurazione dell'artista Pasolini basata sulla memoria dei luoghi da lui ispirati, immaginati, costruiti. Un viaggio personale e introspettivo attraverso il mondo Pasoliniano raccogliendo qua e là le tracce lasciate dal suo corpo, dal suo volto, dalle sue parole e dalle sue visioni...tracce profonde, enigmatiche, visive, sonore, con cui Pasolini, l'eclettico ammaliatore, forgiò la memoria inconscia dei suoi spettatori condizionandone per sempre il modo di osservare le cose.

 

di Lucas Zanotti

TOPOGRAFIA PASOLINIANA. LUOGO, CORPO, ANIMA.

LINK DI APPROFONDIMENTO:
Guarda l'ultima intervista di Pier Paolo Pasolini del 31 Ottobre 1975: Leggi l'articolo pubblicato dal Mitte sulla mostra dedicata a Pasolini al Martin Gropius Bau di Berlino: Pasolini Roma, il CATALOGO della mostra a cura di Gianni Borgna, Alain Bergala e Jordi Balló: https://www.youtube.com/watch?v=w9Ef1y_OY-U http://www.ilmitte.com/pasolini-roma-berlino-ninetto-davoli/ http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/catalogo-008

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